#249. 2017: l’anno più duro e meraviglioso della mia vita

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È passato un anno dagli ultimi post, ma a me sembrano almeno cinque. In questi ultimi dodici mesi non ho ascoltato nessun disco nuovo, mi sono abbandonata spesso alla confortante nostalgia della musica che amo da sempre, delle vecchie serie televisive della mia infanzia e adolescenza, dei miei film cult da godere nel tepore dell’entusiasmante combo divano+copertina. Perché, in fin dei conti, quest’anno è stata una continua e spasmodica rincorsa al posto al sicuro, una ricerca quasi disperata di un’oasi che mi riparasse per un momento da quell’ottovolante di emozioni che era la mia vita.

Ma andiamo per ordine.

Tanto è cambiato, nel 2017. Ho provato molta paura, per molte cose; ho dovuto spesso cambiare strategia in corsa, senza avere il tempo di organizzarmi; ho dovuto allenare la mia resilienza ogni volta che il vento cominciava a soffiare da un’altra parte; ho accolto nella mia vita persone vecchie e nuove con tenerezza, curiosità, accettazione e empatia, imparando però a mettere la giusta distanza per proteggermi; ho dovuto chiedere aiuto più spesso di quanto non sia abituata. Se sono qui a questo punto, se alcune cose che mi aspettavo – nel bene e nel male – non sono successe, e ne sono invece accadute altre che nemmeno avevo immaginato, significa che, ancora una volta, è la vita in tutta la sua saggezza a mostrarmi ciò che è meglio per me, e a guidarmi dolcemente disseminando il mio cammino di segnali che sta a me interpretare.

Quest’anno mi sono sentita finalmente adulta. Davvero. Mi sono resa conto che non tutto va come pianificato o desiderato, che spesso i nostri timori più cupi si avverano ma anche che le cose belle possono succedere proprio quando meno te le aspetti. Ho imparato che la vittoria finale è più dolce se arriva dopo una lunga serie di battaglie. Ho scoperto di essere paziente e tremendamente tenace, di essere disciplinata ma anche di saper mandare all’aria progetti e piani per una lunga passeggiata nella natura. Ho dato tregua al mio corpo già provato ascoltando cosa avesse da dirmi, prendendomene cura, premiandolo quando necessario. Ho lasciato scorrere le emozioni, imparando sempre più a osservarle mentre mi attraversavano e se ne andavano per la loro strada, lasciandomi preziose lezioni da imparare. Ho imparato la saggezza dalla natura, che ho ascoltato tante e tante volte spegnendo l’i-pod e abbandonandomi a esplorazioni solitarie di angoli selvaggi e meravigliosi della mia città. E a proposito di città: sto finalmente iniziando a sentirmi a casa qui, dopo cinque lunghi anni. La lingua è un po’ meno ostica, le strade e le case mi appaiono più familiari, e la sua dimensione raccolta e a suo modo contemplativa è stata spesso una cura per la mia anima in tempesta, durante tutto quest’anno. Le stagioni si sono rivelate in tutto il loro splendore e mi hanno ricordato, con la perentorietà di ciò che è sempre esistito e sempre esisterà, che tutto cambia, che nulla è per sempre, e che dopo l’inverno, anche il più gelido e nevoso, arriverà sempre la primavera, e che anche l’autunno è una stagione magnifica, forse anzi la più bella, con le sue carezze calde, i suoi rifugi e i suoi colori dorati e splendenti.

Tuttavia, e qui sta il bello, sono grata, ma profondamente e con tutto il cuore, per tutte le cose che sono andate storte e che mi hanno insegnato a vedere quante invece stessero andando dritte: perché tutto cambia intorno a noi, non c’è nulla che possiamo prevedere o controllare, ma nella tempesta possiamo legarci all’albero della nave, agli affetti veri, ai valori, e prima o poi il vento smetterà di soffiare e il mare tornerà calmo, e la prossima volta che accadrà sapremo di essere in grado di uscirne vivi. La peggiore delle situazioni può tramutarsi in una benedizione, in un miracolo. Spesso ciò che è più utile per noi è già nelle nostre mani, o sotto i nostri occhi. E soprattutto, talvolta non ottenere quello che si desidera è la più grande delle fortune. Mettersi in ascolto, restare aperti: il nostro corpo, la natura intorno a noi, tutto ci parla e sarebbe anche il momento di mettere a tacere il cervello, così sopravvalutato. Non è finita finché non è finita. Punto.

I miei alleati per affrontare queste sfide sono stati molteplici, e tutti utilissimi: l’amore della mia piccola grande famiglia su tutti, le lunghissime passeggiate nella natura, meravigliosi momenti di pace e ascolto, ma anche la fotografia, gli hiking (Lavaux, Creux du Van, Thun), il viaggio in un posto lontanissimo come il Madagascar (sono la prima delle due famiglie di origine dei miei genitori a essermi spinta così lontano!), le giornate con gli amici, i weekend hygge con Giordano e Amelie, le candele e le lucine accese, le coperte calde per accoccolarsi sul divano davanti alla TV, le serie televisive (Orange is the New Black, che ho adorato, ma ancheGLOW, The Get Down Stranger Things 2), i film cult, i piccoli riti quotidiani, la meditazione, la scoperta dei chakra, i libri letti (due su tutti: Resilienza Grammatica della Fantasia), i premietti al raggiungimento di un obiettivo, le Instagram Stories, Deejay Chiama Italia, lo smooth jazz, Mayra Andrade, la bossa nova, e i vecchi classici di Foo Fighters, Radiohead, Carmen Consoli e R.E.M.

Insomma il 2017 è stato l’anno più duro della mia vita fin qui. Nessun dubbio.

Eppure.

Eppure non mi sono mai sentita così bene nel mio corpo, così consapevole di me stessa. Il mio viso non mi è mai sembrato più bello e espressivo di così. Non ho mai provato momenti di felicità così abbaglianti.

Non è la prima volta che mi succede, e probabilmente la mia indole, come il mio cognome e il mio segno zodiacale suggeriscono, trova la sua dimensione nella lotta, nel mettersi alla prova. Mi è già capitato, certo. Questa volta, tuttavia, non solo le sfide da affrontare sono state più grandi, ma più la lotta si faceva dura, più io, invece di irrigidirmi per la paura, mi ammorbidivo, mi abbandonavo, letteralmente mi flettevo assecondando i colpi che mi venivano inferti. Quasi come se, coscientemente, volessi crearmi delle cicatrici, far ispessire la mia pelle affinché ogni volta che il dolore ritornerà nella mia vita io sia un poco più pronta e senta un po’ meno dolore.

E, nonostante un viaggio straordinario ed esotico che tanto mi ha insegnato, quello in Madagascar, la vera scoperta è stata trovare in ciò che avevo più vicino l’infinita meraviglia della bellezza, lasciando che i piedi mi portassero esattamente dove avevo bisogno di essere.

Non so in che direzione proseguirà il mio percorso. Io, nel frattempo, continuo a camminare.

Buon 2018!

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