#248. Il giorno più bello del mio 2017: Nosy Iranja

DSC02633Non trovo ci sia nulla di più bello e di miglior auspicio, per salutare l’anno che se ne sta andando e dare il benvenuto al nuovo, di ricordare la giornata che più di tutte ha dato un senso al mio 2017, ricordandomi che più le cose si fanno impegnative più è alla bellezza che dobbiamo rivolgerci, allo stupore, alla meraviglia.  

E questa giornata così memorabile è stata domenica 16 luglio, giorno della nostra escursione all’isola di Nosy Iranja, in Madagascar.

Fin da prima della partenza dall’Italia le nostre aspettative erano altissime: le immagini di questa magnifica striscia di sabbia bianca, in mezzo all’oceano turchese, che univa due minuscoli isolotti e che appariva o scompariva a seconda della marea, ci avevano esaltato oltre misura.

Ma nulla poteva realmente prepararci alla meraviglia assoluta che ci saremmo trovati di fronte.

Al mattino, la giornata è splendida e il mare calmo: la perfezione. Entusiasti come bambini, intraprendiamo il viaggio, di circa un’ora e mezza, su un motoscafo molto veloce che è già di per sé un’esperienza: la barca sobbalza a ogni onda creando quella sensazione di continui, piccoli vuoti d’aria che si prova sulle giostre del luna park.

A metà tra l’eccitato e il terrorizzato iniziamo dunque a intravvedere da lontano la lunga striscia bianca, che crea un contrasto mozzafiato col colore del mare: più ci avviciniamo all’isola, più il fondale si fa basso e l’acqua diventa di un colore tra il turchese e lo smeraldo. E poi, la luce: così abbagliante come non l’avevo vista mai. La nostra guida ci indica una grande tartaruga che nuota sotto di noi, ma non faccio in tempo a vederla: sarò più fortunata, più avanti?

E poi attracchiamo e scendiamo sull’isola.

Il posto più meraviglioso che abbia visto, finora, in tutta la mia vita.

Ogni sguardo una fotografia, un’emozione senza fine. La bocca perennemente spalancata per la meraviglia. Le espressioni di entusiasmo che a un certo punto diventano ripetitive, abusate. La luce che si rifrange sulla sabbia bianca, finissima. La marea che, a vista d’occhio, col passare dei minuti si abbassa sempre più, iniziando a rivelare la ormai mitica striscia di sabbia. Le barche dei pescatori che rimangono appoggiate sul fondale. Le mangrovie che emergono, intricatissime, annodate le une alle altre e casa di minuscoli granchietti dal passo velocissimo. Le conchiglie e le stelle marine adagiate dolcemente sulla sabbia, lasciate scoperte dall’oceano in ritirata. L’acqua trasparente e caldissima. E poi, soprattutto, le persone. Cadere nella retorica, quando ci avviciniamo a popoli così distanti da noi, non solo geograficamente, è molto facile. Facile è guardarli con l’occhio dell’uomo occidentale che si intenerisce per un attimo e poi ritorna alla sua vita di privilegi. Quello che mi è rimasto, tuttavia, è l’immagine di un popolo dalla grande dignità e da una capacità di accoglienza non comune. Un popolo di donne bellissime ed eleganti e di bambini curiosi e pieni di voglia di giocare, come tutti i bambini del mondo. I loro vestiti super colorati, i pareo con i disegni delle tartarughe e delle stelle marine ricamati dalle stesse donne del posto, l’artigianato in legno, le boccette di essenza di ylang ylang, le bougainvillee portate tra i capelli e poi lasciate cadere sulla sabbia, accanto al guscio di un paguro. Il coro dei bambini che accoglie una comitiva di runner francesi (pare per una corsa di beneficenza) e diventa un irresistibile caos di musica, girotondi e battimani. La sensazione che, nonostante l’evidente povertà, qui non ci sia tristezza, ma una forma di resilienza secolare, uno stringersi gli uni agli altri, un senso di famiglia che si allarga dai più giovani ai più anziani, ai vicini, al villaggio. Nessun pietismo nei loro confronti, solo un senso di profonda gratitudine per le tante lezioni inconsapevolmente insegnate.

Al ritorno siamo tutti più silenziosi, più stanchi, più sereni. Poco dopo essere saliti sulla barca, una maestosa tartaruga marina ci omaggia della sua incantevole presenza: sbatte le pinne come se volasse, è velocissima! In men che non si dica scompare alla nostra vista, tra gridolini di entusiasmo e cuori che battono fortissimo. Il mare è più grosso e la barca sembra andare ancora più veloce, e stavolta i salti continui sulle onde spaventano un po’.

Ma dopo un po’ mi abituo. Nel lungo viaggio verso Nosy Be non stacco gli occhi dal cielo neanche un attimo: continuo a guardare le nuvole sparute che ci accompagnano silenziose. Dico a Giordano che nessuno, né nella famiglia di mio padre né in quella di mia madre, si era spinto così lontano nel mondo.

Un senso di serenità scende sul mio cuore: ho racchiuso un nuovo ricordo nella mia memoria, ma la sensazione è che stavolta sia davvero tra i più preziosi.

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