#246. Il giorno più bello del mio 2016

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Il giorno più bello del 2016 è stato lunedì 22 agosto: quello dell’hiking da Oìa a Fira, sull’isola di Santorini. Ci svegliamo prestissimo e il miciotto randagio che ci ha tenuto compagnia per tutti i giorni della vacanza, prima che ci incamminassimo, si intrufola nel nostro appartamento in cerca di cibo e coccole e facendo fusa fortissime. Alle 7 imbocchiamo il sentiero: i negozi sono chiusi, non c’è traccia del traffico infernale dell’isola ad agosto, il sole non è ancora sorto e c’è quella sensazione frizzante sulla pelle che solo l’alba estiva sa dare. Il mare è una tavola, a strapiombo sotto di noi gli spettacolari alberghi e appartamenti di Oìa, silenziosi e calmi, l’acqua delle Jacuzzi immobile, nessuna Barbie di plastica a scattarsi selfie con lo champagne in mano. C’è solo il personale di servizio delle strutture alberghiere che si prepara per il nuovo giorno, gentile e rilassato, pronto a un saluto o a un sorriso in quel prezioso momento della calma prima della tempesta. L’asfalto lascia ben presto spazio allo sterrato, e saliamo sempre di più fino a una chiesetta che, dal livello del mare, appariva distintamente come il punto più alto dell’isola: un panorama da mozzare il fiato, il sole che inizia a tingere di un color pesca aranciato i cubi bianchi degli edifici di Oìa. Un silenzio irreale interrotto solo dal suono del vento e dai saluti dei pochi viaggiatori incrociati lungo il percorso. Camminiamo tanto, tantissimo, tenendo sempre la caldera sulla nostra destra. Il sole in faccia, le mille foto a cercare di cogliere quel momento di beatitudine in cui tutto comincia ed è perfetto perché in potenza, perché in grado di diventare qualsiasi cosa. La parola MAGIA fattasi cosa reale, tangibile, le suole delle scarpe che sentono le irregolarità del terreno, il bacino della caldera immobile e incontaminato, i raggi sempre più caldi sulla pelle, il respiro che accelera per cercare di terminare la salita prima che il sole picchi più forte. I tratti di percorso più pericolosi, a costeggiare strade trafficate o a percorrere sentieri così stretti e a strapiombo da costringerti ad appoggiarti alla parete rocciosa e a chiederti chi te lo abbia fatto fare. Le chiese, i piccoli santuari bianchi come il latte, le tracce di una processione terminata da poco o di un matrimonio recente – i palloncini, i petali di rosa, le foglie di ulivo, piccoli amuleti che ho nascosto nelle tasche per necessità future -, le porte chiuse, il silenzio assoluto, l’ombra ristoratrice degli alberi e qualche diffidente gatto randagio impossibile da accarezzare. Le pause per idratarsi, seduti su un sasso ad ammirare gli stormi che volteggiano sicuri e leggeri, a desiderare di essere come loro, una volta nella vita. Il mare a perdita d’occhio, che rimette tutto in prospettiva e ci ricorda che non esistono limiti ai nostri sogni e desideri, che la natura può insegnarci a ricercare l’infinito, a non temere di pensare in grande e che già solo per il fatto di poter guardare, respirare, sentire tanta meraviglia il nostro viaggio su questa Terra non è stato vano. Man mano che il cammino procede, incontrare nuovamente i segni della presenza umana, dapprima radi poi sistematici: il magnifico villaggio di Imerovigli, completamente bianco, le nostre mani che si appoggiano sui muri sorprendendosi della loro freschezza, il lusso elegante degli studios ammonticchiati gli uni sugli altri, il fucsia delle bouganvillee unica concessione al colore, i primi profumi della colazione, fragranti e dolcissimi, il sogno di un croissant da addentare lungo il cammino, anticipo del premio finale. E poi Firostefani, più semplice e normale, più paese ma non per questo meno bella, e infine Fira, con quella sua passeggiata spettacolare lungo la caldera che ti fa rendere conto di quanta strada hai percorso, dall’alba a quel momento. La confusione crescente, le frotte di turisti mordi-e-fuggi direttamente dalle navi da crociera, un occhio all’orologio. Abbiamo camminato sei ore e percorso 27 chilometri, già pregustiamo un abbondante piatto di pasta, foss’anche nel più infimo ristorante italiano dell’isola: ci sembrerà la cosa più prelibata mai assaggiata in vita nostra. Ora è tutto chiaro: siamo quasi arrivati, l’incantesimo è quasi terminato, l’isola ci ha rivelato di sé tutto ciò che poteva a patto di arrivare presto all’appuntamento e non spaventarsi per la fatica. Alla bellezza bisogna essere pronti, perché non bastano i cinque sensi per vederla. Servono anni di cammino, esperienze, volontà di accogliere la meraviglia, ma soprattutto un cuore leggero e bambino.

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