#243. Beyoncé: Lemonade

beyonce-lemonade_a-grandeA pochi giorni di distanza dalla tragica e inaspettata morte di Prince, con una mossa non preannunciata ma meno a sorpresa di quella della pubblicazione del precedente Beyoncé, la pop star più influente del pianeta ritorna e, di nuovo, rimescola le carte. L’elemento di novità allora rappresentato dalla modalità del surprise album e dal formato del visual album, tattiche che hanno cambiato le regole del gioco e per questo riutilizzate anche qui, in questo caso è costituito dal materiale narrativo. Beyoncé, una superstar inusitatamente discreta e gelosa del proprio privato, ha sempre voluto controllare la propria immagine concedendo al pubblico solo sprazzi della sua vita reale, per lo più attraverso le canzoni o i piccoli indizi sparsi qua e là tra rare interviste e patinate immagini social. Sorprende dunque la parabola, personalissima eppure universale, del racconto di questo suo ultimo album. Il sospetto di un’infedeltà, l’amara conferma, la rabbia cieca, la tristezza, l’accettazione e infine la riconciliazione sono le tappe di un arco narrativo che strizza l’occhio con mestiere all’opinione pubblica, ansiosa di carpire dettagli e scoprire crepe nel matrimonio apparentemente perfetto con Jay-Z: ma non è questo che dovrebbe interessare. 135Qui Beyoncé racconta semplicemente una storia: che sia la sua o meno poco importa. L’elemento fondamentale è la possibilità di un’identificazione, in particolare l’espressione fiera di quella #blackgirlmagic che mira a celebrare e incoraggiare le donne di colore, la frangia più oppressa di una già oppressa minoranza. Ma l’album è godibile non solo per il suo target di riferimento, proprio perché il materiale narrativo è asservito in toto all’incandescente sostanza musicale. La prima metà di Lemonade è un crescendo esemplare, che esplode letteralmente nel brano più incredibile dell’anno, lo sporco e sboccato rock’n’roll di Don’t Hurt Yourself (in coppia con Jack White). Poi l’album si avvita lentamente su se stesso, mettendo in fila episodi meno efficaci e parlando un linguaggio della tristezza un po’ troppo stereotipato. Ma è un attimo: i pezzi finali si aprono all’autoconsapevolezza, alla protesta che passa dal personale all’universale, alla redenzione che non può esserci se non attraverso ogni tappa di questo percorso: All Night, con la sua magica linea di basso e l’infallibile produzione di Diplo, è un brano di una limpidezza tale da lavar via tutti i sentimenti negativi (seppur sacrosanti) espressi fino a quel momento. Per concludere: un album imperfetto, meno musicalmente significativo del precedente, eppure infinitamente più importante per questa sua capacità di trascendere il personale e renderlo qualcosa di molto più immateriale e elevato. Il tutto attraverso la voce di una Beyoncé mai così duttile, così credibile e autorevole nell’esprimere un ricchissimo caleidoscopio di sentimenti, coadiuvata ancora una volta da un magnifico visual album nonché dalle liriche della poetessa anglo-etiope Warsan Shire che aggiungono ulteriore magia alla formula, se ce ne fosse il bisogno.

La mia preferita è: Don’t Hurt Yourself

Ma io ti consiglio anche: Hold Up, Freedom, All Night

Lascia un commento