L’album forse più sorprendente dell’anno arriva da un’artista che, in passato, ha fatto dello stakanovismo musicale e dell’accessibilità pop la sua cifra. Fino a tre anni fa, infatti, Rihanna aveva sfornato un album all’anno toccando tutti i sottogeneri del pop, lanciando singoli memorabili nel loro genere ma forse senza mai conquistarsi la stima di chi la musica la ascolta con attenzione e passione. Un perfetto, affascinante prodotto di marketing che prestava la sua voce e il suo magnifico volto a un progetto concepito da altri. Ma la sua voce suonava piatta, quasi inumana; la sua fama giocava fin troppo banalmente sullo stereotipo della ex brava ragazza a cui improvvisamente non fregava più un cazzo. In realtà, e paradossalmente, la sua immagine è stata molto più veritiera della sua musica, perché Rihanna è davvero una ragazza indipendente, anticonformista, indolente, dotata di una coolness naturale, con una passione neanche troppo nascosta per le droghe leggere e con un carnet di conquiste maschili messo insieme con nonchalance e strafottenza (anche se quanto ci piacerebbe vederla insieme a Drake, spasimante senza speranza ormai relegato stabilmente nella triste friend zone?).
Con Anti, invece, Rihanna spiazza tutti: porta il suo personaggio, complesso e più affascinante della sua stessa musica con quel suo senso dello stile, la bellezza esotica, l’attitude meravigliosa di chi è sicura di sé in modo non ostentato, e lo trasferisce nella musica stessa, che finalmente riesce a rappresentare la sua visione. Ed eccoci davanti un album vero, strutturato, una raccolta di canzoni eterogenee e oblique che trovano il loro punto di incontro nella vocalità di Rihanna, mai così efficace ed espressiva, e scartano a priori qualunque possibilità di singolo sbancaclassifica, qualsiasi concessione a quel mainstream pop che lei stessa aveva contribuito a creare. Ci sono le ballate fumose e sporche, le dichiarazioni di indipendenza, la sensualità pop-rock alla Prince, il doo wop anni Cinquanta, la produzione ipermoderna e persino la psichedelia che omaggia i pregevoli Tame Impala. C’è un album, a tratti discontinuo e frammentario, spesso insoddisfacente con quelle piccole perle incompiute (o no?) da neanche due minuti, ma la grande cosa è che, esattamente come accadde alla Beyoncé di 4, una superstar della musica si rimette completamente in gioco e, a costo di perdere gran parte della sua fan base, fa esattamente il disco che voleva fare: un enorme dito medio rivolto anche a chi, come chi scrive, non aveva mai creduto troppo alle sue capacità.
La mia preferita: Love on the Brain
Ma io ti consiglio anche: Consideration, Same Ol’ Mistakes, Kiss it Better