#240. James Blake: The Colour in Anything

310698ebIl titolo non inganni. Fin dalla copertina, suggestiva e bellissima e firmata dallo storico illustratore inglese Sir Quentin Blake, il ventottenne cantautore londinese James Blake (omonimo, ma non parente) ci conduce per mano nel suo mondo: un universo di calda, dolce malinconia in cui immergersi nel tepore della propria stanza, la pioggia che scorre dietro i vetri della finestra. Mille variazioni di grigio che però hanno l’intensità che solo un’anima altamente sensibile è in grado di percepire, rischiando forse di perdersi ma arrivando alla sintesi più pura dei sentimenti umani. Ormai un tocco distintivo quello di James Blake che, fin dall’esordio, è stato considerato un prodigio: introverso e perfezionista, ha confezionato il suo primo album nientemeno che fra le quattro mura della sua camera, incantando il mondo intero. Un approccio verso l’interiorità, l’esplorazione dei propri sentimenti, che si esternava musicalmente in un soul minimalista caratterizzato da bassi poderosi, ritmiche essenziali, campionamenti dal mondo dance, R&B e hip hop spesso irriconoscibili e tracce vocali talvolta umanissime, talvolta rielaborate al computer. james-blake-interviewCapace a soli ventidue anni di creare uno stile unico e personale che interpolava in modo inedito l’umano e il sintetico, molto imitato a tutt’oggi e ammirato da artisti del calibro di Kanye West, Bon Iver, Frank Ocean e soprattutto Beyoncé (tutta sua la spettrale Forward, presente nell’ultimo Lemonade), Blake con quest’ultimo album fa un passo ulteriore, interessante non solo dal punto di vista musicale. Esce infatti dal suo microcosmo protetto per confrontarsi con tematiche emotive più differenziate (l’amore perduto, l’incomunicabilità, il senso di sconfitta), variazioni infinitesimali capaci di aggirare l’ostacolo della noia ma percepibili principalmente da anime empatiche e ipersensibili come la sua. Su queste modulazioni Blake prende i detriti e i frammenti del soul e dell’R&B del passato, li accosta a ritmiche sparse, potenti e minimali e crea piccoli capolavori che vanno costruendosi progressivamente lungo tutto l’arco della canzone, spesso tramite loop e ripetizioni. Ma non si limita a fare qualcosa che avrebbe potuto tranquillamente continuato a fare nella comfort zone della sua camera: cerca il confronto, la collaborazione con artisti la cui anima è affine alla sua, proprio quei Bon Iver e Frank Ocean citati in precedenza, e chiede il supporto di uno dei produttori più influenti del nostro tempo, Rick Rubin, per alcuni brani. Il risultato, forse un po’ prolisso con i suoi quasi 80 minuti, ripaga però della pazienza: gemme di soul minimale e elettronico su cui svetta la vocalità tonante e splendida di Blake. Il quale, pur sensibile e introverso, mai come ora si era messo in gioco e che soprattutto fa emergere un’inusitata forza e personalità proprio dal confronto, dal rischio, dalla dinamica del dialogo, che mai intaccano, semmai valorizzano ancor di più, la limpidezza delle sue originalissime idee musicali. Una lezione musicale e, se vogliamo, anche di approccio alla vita.

La migliore è: Always

Ma io ti consiglio anche: My Willing Heart, f.o.r.e.v.e.r., Radio Silence

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