#239. ANOHNI: Hopelessness

anohniPer tradizione e forse anche un po’ per pigrizia, si tende a identificare il genere della canzone di protesta con uno stile musicale dimesso e folk, circoscrivendolo soprattutto agli anni Sessanta del Novecento. Certamente stiamo parlando del decennio più consapevole e impegnato della storia della musica, così strettamente legato com’era all’attualità dei fatti. E sebbene la realtà del mondo abbia continuato a offrire – per nostra sfortuna – molte occasioni di indignazione, a partire da quella decade sono stati pochi a portare avanti quest’idea musicale, aggiornandone magari i contenuti lirici ma quasi mai gli stilemi musicali. Questa lunga, doverosa premessa serve a introdurre un album che, nell’anno 2016, riprende in mano il genere stravolgendolo e attualizzandolo senza mai perdere in forza espressiva e efficacia. La voce ultraterrena di ANOHNI, che il mondo conobbe una decina di anni fa con il progetto Antony and the Johnsons e che qui si presenta da solista, è il mezzo formidabile e straziante di un album che trasforma la delicata protest song in una chiamata alle armi elettronica e viscerale. anohni-1
Proprio nel contrasto fra la vocalità di ANOHNI, emotiva, fragile e soul nella migliore accezione del termine (per quanto capacissima di graffiare e dominare il tema musicale), e il dissonante, spesso violento sfondo elettronico costruito dai produttori Hudson Mohawke e Onehotrix Point Never sta l’incanto e la forza di questa opera. Hopelessness non è un ascolto facile: richiede concentrazione, partecipazione emotiva, lucidità ma anche un senso di ineluttabile abbandono e accettazione. Racconta del fallimento del sogno americano e della deludente presidenza Obama, del riscaldamento globale e della violenza misogina, della guerra dei droni e della sorveglianza di massa. In sintesi prende di petto, senza sconti, i grandi drammi del nostro Occidente e, senza giudicare ma anzi prendendo la sua parte di colpe, li passa in rassegna e li rende materia artistica. Nessuna soluzione, nessun lieto fine, nessuna visione ottimistica: è lo squarcio nel cielo di carta di cui parlava Pirandello. Ed è proprio l’onestà intellettuale, la sincerità, l’empatia, la capacità di raccontare il vero che rendono questo album davvero imperdibile, e ciononostante musicalmente godibile e di accesso molto meno ostico di quanto potrebbe inizialmente sembrare. E poi, quella voce: che tutto trascende, sublima, trasforma, eleva, fornendo forse l’unica risposta possibile al mare di sofferenza e atrocità oggetto del suo racconto: l’umanità.

La migliore è: Crisis

Ma io ti consiglio anche: Drone Bomb Me, I Don’t Love You Anymore, 4 Degrees

 

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