#237. Solange: A Seat at the Table

solange_xyeoks-grandeSolange Knowles ha trent’anni, ma sembra aver già vissuto molte vite. A sedici anni debutta col suo primo album. A diciotto è già sposata con un figlio, ma divorzia tre anni dopo per poi risposarsi nel 2014. Ha all’attivo due album e un EP, ma ha anche composto canzoni per altri e partecipato come ballerina a diversi tour delle Destiny’s Child. Per l’opinione pubblica, però, Solange è soprattutto la sorella minore di Beyoncé. Quella delle botte a Jay-Z nell’ascensore (https://www.youtube.com/watch?v=CEUVrKoWGXg). Ed è qui che succede qualcosa di interessante: nonostante il padre-manager avesse già in mente per lei un percorso sulle orme della famosissima sorella maggiore la nostra Solange, con una coerenza e un coraggio ammirevoli, decide di intraprendere una strada diversa. Il secondo album Sol-Angel and the Hadley St. Dreams, disco dall’approccio ribelle ma immerso nelle atmosfere del funk e del soul anni Sessanta, e l’EP True, un piccolo miracolo di indie pop attraversato da groove irresistibili, avevano lasciato intuire la personalità inquieta ma delicatamente risoluta di Solange, ma è proprio con la sua terza fatica, il qui presente A Seat at the Table, che la nostra entra di diritto nella grande tradizione della musica afroamericana. L’album è un magnifico documento sonoro che, partendo dal personale, abbraccia tutta la comunità femminile di colore in un racconto delicato, struggente e salvifico verso l’autodeterminazione. solange-new-album-a-seat-at-the-table-reviewNato certamente dall’urgenza dei tragici eventi che hanno riguardato la società civile negli Stati Uniti negli ultimi anni e dal movimento Black Lives Matter (analogamente a quanto fatto dalla sorella, ma con un tocco decisamente diverso), il disco fornisce però una prospettiva molto più ampia, partendo dalle lotte e dalle sofferenze dei progenitori per giungere a una celebrazione della cultura nera e in particolare femminile. Con passo felpato e una voce carezzevole, sorretta da una musica che fa incontrare il nu soul, l’elettronica e la psichedelia, Solange utilizza liriche dirette, senza filtri, creando in questo contrasto la dinamica alla base dell’ideazione dell’opera: parlare di se stessa per parlare della sua gente senza reticenze, senza retorica, ma proponendo al tempo stesso la soluzione nell’abbraccio della comunità, nella riconoscenza di valori comuni a cui aggrapparsi per superare le tempeste. La trama narrativa dell’album si regge sugli intermezzi, nei quali ascoltiamo le voci del padre Mathew, della madre Tina e del rapper/imprenditore Master P. Le loro voci raccontano esperienze e riflessioni: il razzismo subito dal padre in gioventù che costrinse la sua famiglia a trasferirsi dall’Alabama al Texas; il discorso diretto e limpido della madre sul razzismo alla rovescia attribuito ai neri; la rievocazione della sua parabola di black man  di successo, fatta di sacrificio e costanza, da parte di Master P. È un album ricco di cose da dire, tenuto insieme da una delicatezza mesta e risoluta insieme ma allo stesso tempo capace di percorrere uno spettro emotivo molto ampio che va dal dolore all’orgoglio, dalla malinconia alla dignità. Solange ha parlato di un album dall’attitudine punk, intendendo con ciò un approccio assolutamente onesto, disturbante, arrabbiato: un obiettivo raggiunto pienamente e un risultato tanto più radicale quanto più Solange riesce a esprimersi con ammirevole leggerezza di tocco.

La mia preferita è: Cranes in the Sky

Ma io ti consiglio anche: Mad (feat. Lil Wayne), Don’t Touch My Hair (feat. Sampha), Junie

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