#236. Niccolò Fabi: Una Somma di Piccole Cose

una-somma-di-piccole-cose_cover_bQuanto ha fatto bene, all’inedito trio FabiSilvestriGazzè, l’esperienza de Il Padrone della Festa? Ciascuno di loro, giunto a un punto decisivo della carriera (e al traguardo importante dei quasi cinquant’anni), ha saputo trovare la quadra del proprio suono e definire la propria personalità artistica con un entusiasmo e una freschezza quasi adolescenziali. Che meraviglia, vero? E se Maximilian non compare in questa lista perché uscito l’anno scorso, ironico e scanzonato e insomma so Gazzè, se di Acrobati abbiamo già parlato come di un esplosivo caleidoscopio di creatività lirica e musicale, il Fabi di Una Somma di Piccole Cose è il Fabi essenziale, la quintessenza perfetta della sua storia musicale. Più introverso e introspettivo dei due colleghi/amici, riesce infatti a sublimare il suo modo di essere in un album che può essere definito il gioiello più prezioso della sua discografia. Nove brani di intimismo struggente ma mai retorico, nessuna suggestione elettronica, un minimalismo non solo musicale ma anche lirico, con le parole soppesate con gusto, sensibilità, rigore. Ritiratosi in quasi solitudine per scrivere e incidere quest’album, Fabi trova nella natura, nella sua semplicità austera e resiliente, la chiave: una vita di accettazione del tutto, immersa nel presente, sensoriale, emotiva. fabiUn occhio rivolto alla propria interiorità e l’altro a cercare di capire, di analizzare, di valutare ciò che lo circonda. Nessun rimuginio, nessuna lamentela, solo una pacata malinconia che è quasi forma di resistenza alle tempeste della vita. Come di consueto per Fabi, c’è una profonda comprensione e descrizione dei sentimenti umani vissuti però ora con la saggezza di un ormai quasi cinquantenne, c’è un magnifico senso di stupore ma anche un’etica misurata e perentoria, e poi ci sono le suggestioni sonore che in molti hanno accostato al minimalismo folk del primo Bon Iver ma che, nel caso di Fabi, mirano ancor di più alla sottrazione, soprattutto in fase di arrangiamento, senza mai perdere in accessibilità (l’ultimo Bon Iver, lo abbiamo visto, sceglie infatti un astruso linguaggio simbolico e smonta completamente la struttura della forma canzone). Un album, dunque, che richiede attenzione, tempo e soprattutto una corrispondenza d’amorosi sensi: che chiede di assaporare ogni parola, ogni arpeggio di chitarra, e in cambio offre un’esperienza emotiva di grande intensità. Un rifugio caldo in mezzo a un mare di rumori, una magnifica ricompensa a chi sa tornare all’essenziale e sa mettersi in ascolto di ciò che è fuori e dentro di sé.

La migliore è: Una Mano sugli Occhi

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