#235. Kanye West: The Life of Pablo

thepablolifeIn un anno musicale in cui il leitmotiv è stato la modalità di uscita a sorpresa dell’album, a ripristinare la sua centralità e il suo essere un’entità presente e coesa da non dissipare nello stillicidio dei singoli promozionali e delle anticipazioni, ancora una volta è Kanye West a rimettere tutto in discussione. La sua persona è da sempre oggetto di giudizi molteplici: arrogante, megalomane, paranoico, misogino, depresso, probabilmente affetto da un disturbo bipolare della personalità e da un grave deficit di attenzione. Gli ultimi episodi (le accuse a Beyoncé e Jay-Z, il ricovero per esaurimento nervoso, gli incontri con il presidente eletto Trump) purtroppo non fanno che rimandare ulteriormente l’immagine di un uomo solo alle prese con i propri demoni. Ora la domanda è: queste valutazioni sono rilevanti, se parliamo del suo ultimo album? Assolutamente sì, perché The Life of Pablo è l’esatta trasposizione musicale della personalità caotica e frammentaria di Kanye West. A un ascolto distratto, infatti, colpisce la disomogeneità della raccolta di canzoni, queste ultime spesso lasciate incompiute, quasi bozze in cui a stento si intravede l’elemento di bellezza e la ragion d’essere. 509642162-kanye-west-performs-during-kanye-west-yeezy-season-3-on-jpg-crop-promo-xlarge2La stessa modalità di uscita dell’album è finora unica nel suo genere: un titolo cambiato diverse volte dal suo (vago) annuncio, una tracklist rimaneggiata e soprattutto – e qui sta il colpo di genio vero – in continuo divenire, come se l’album fosse appunto cosa viva, a cui aggiungere o togliere elementi a seconda degli umori e delle esigenze. Annunciato come “un album gospel con qualche bestemmia” (sic), The Life of Pablo parte stellare con l’emozionante gospel di Ultralight Beam e poi continua il suo percorso narrativo in uno schizofrenico ping-pong tra momenti intimistici e lunari in cui West si lascia andare a bilanci e malinconie, arroganti deliri autocelebrativi che sfiorano spesso la comicità involontaria e afflati spirituali probabilmente originati dalla sua esperienza di marito e padre. Se è vero che ogni album è figlio del vissuto dell’artista che lo compone, ma che spesso il reale è interpolato per essere reso materia di identificazione, nel caso di West vita vera e finzione artistica sono una cosa sola, in cui fondamentalmente Kanye parla a Kanye di Kanye (ascoltare I love Kanye per credere) e l’immedesimazione del pubblico non è nemmeno presa in considerazione. I am God, diceva Kanye nell’ultimo, disturbato album Yeezus: la sua musica è il mondo che lui stesso ha creato e che noi siamo chiamati a osservare, senza potervi partecipare.

La mia preferita è: Fade

Ma io ti consiglio anche: Ultralight Beam, Famous, No More Parties in L.A.

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