#234. Frank Ocean: Blonde

I5f06f7f6l 2016 è stato un anno impegnativo e doloroso per tutti: gli sconvolgimenti sociali, economici e politici inevitabilmente si sono ripercossi sulla sfera personale degli individui, riportando al centro dell’attenzione la naturale tendenza di ognuno verso l’introversione, l'(auto)analisi, i valori più importanti. Nella maggioranza degli artisti, che dello spirito del tempo devono farsi interpreti e critici, si sono potute osservare due opposte reazioni: la presa di posizione netta, la chiamata alle armi, il risveglio della coscienza da una parte; dall’altra la contrazione, la ritirata in se stessi che però si è spesso (per fortuna e godimento degli ascoltatori) tramutata in uno studio sulla forma e la tessitura di quell’entità chiamata canzone, che ne è uscita completamente rinnovata. Di questo secondo gruppo fa parte, con un ruolo di primo piano, il ventottenne Frank Ocean. Originario di New Orleans ma cresciuto a Los Angeles, un background hip hop con il collettivo degli Odd Future, un esordio non ufficiale col mixtape Nostalgia, Ultra del 2011, acclamatissimo dalla critica, e un primo album, Channel Orange (2012), finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno dell’epoca, per ben quattro anni ha tenuto sulle spine tutti coloro che aspettavano un suo ritorno dopo tanta meraviglia. Molto si è disquisito, quest’anno, sulla rilevanza di Frank Ocean, la sua capacità di stare al centro del discorso musicale pur non rilasciando nuovo materiale da molto tempo. Probabilmente il tutto nasce da un’esigenza personale, che ritroviamo anche in personaggi a lui affini come Bon Iver e James Blake, di ritrovare il proprio centro dopo la sbornia di attenzione mediatica seguita al suo primo album: ma non è solo questo. In un’epoca saturata di informazioni e input, la non-presenza è rumorosa tanto quanto l’onnipresenza, e se a ciò aggiungiamo che, effettivamente, il talento di Ocean è incontrovertibile e la sua musica ha riscritto molte delle regole dell’R&B contemporaneo, si spiega perfettamente la crescente eccitazione di fronte alla possibilità di una nuova pietra miliare. Eccoci dunque all’agosto 2016: senza alcun preavviso Ocean rilascia un visual album di 45 minuti intitolato Endless, in cui una raccolta di canzoni indefinite e provvisorie fa da colonna sonora alle immagini di Ocean alle prese con la costruzione di una scala a chiocciola. Lo smarrimento è grande, ma lo è ancora di più quando, due giorni dopo, in alcuni pop-up store sparsi per il mondo viene venduto il magazine patinato Boys Don’t Cry contenente, tra le altre cose, il formato fisico di un altro suo nuovo album, Blond. frank-ocean-prince-tumblr-tributeL’album verrà inizialmente destinato alla sola piattaforma Apple Music per poi approdare su tutte le altre (Tidal esclusa), con una tracklist diversa e l’aggiunta di una E finale al titolo. Ora: perché dilungarsi sui dettagli del rilascio di queste due opere? In primis perché nell’epoca della liquidità e ubiquità digitale diventa importante la modalità di pubblicazione, che sempre di più tende a ricreare le condizioni di un evento non ripetibile. In secondo luogo perché fanno essi stessi parte del modo di comunicare di Ocean: elusivo, impegnativo, sicuro dei propri mezzi. E Blonde può essere definito esattamente in questo modo. Il tono generale è introspettivo: pochissime percussioni, chitarre sparse, bizzarri effetti vocali, liriche evocative che suggeriscono scenari, parlando per associazioni di idee e flussi di coscienza in un’atmosfera fumosa, indolente, onirica. Il tema dominante è la nostalgia, ricorrente già nelle precedenti opere di Ocean: lo sguardo si rivolge all’indietro verso relazioni, episodi, esperienze che non torneranno più. Non solo in questo Ocean sa diversificarsi dal filone hip hop, tradizionalmente proiettato sul futuro: personali e unici sono anche i riferimenti a una sessualità ambigua e la miriade di fonti di ispirazione da lui citate, che non afferiscono solo alla scena musicale afroamericana ma spaziano alla ricerca di una musica dell’anima senza più regole prestabilite e pregiudizi. Un album minimalista, che toglie elementi per dare più spessore alle singole componenti in un gioco dove i pieni soccombono ai vuoti, in cui gli ospiti sono comprimari (e parliamo di Beyoncé e Kendrick Lamar, tra gli altri) e tutto concorre alla realizzazione di un’idea musicale definita e sicura, quella di Ocean. E tuttavia rimane la sensazione che, pur avendo tutto sotto controllo, Ocean voglia perdersi per lasciar fluire pensieri e ricordi, senza una narrazione lineare ma spargendo indizi e suggestioni, creando scenari emotivi di tale intensità da farci desiderare di perderci, anche noi, con lui. In uno degli anni in cui più si è percepita una sensazione di precarietà e insicurezza, la musica non ha potuto far altro che rimandare e rielaborare questo sentimento: ecco perché quello di Frank Ocean è un album magnifico.

La mia preferita è: Pink + White

Ma io ti consiglio anche: Nikes, Skyline To, Ivy

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