La città di Toronto, fredda e cosmopolita, da qualche anno è ormai divenuta una sorta di locus amoenus del pop, un luogo dove sembra stiano succedendo cose musicali molto belle e rilevanti. Justin Bieber, The Weeknd e Drake sono i nomi più conosciuti di questa scena, ma è soprattutto quest’ultimo a rivendicare lo scettro di cantore e deus ex-machina della città canadese. Fin dal titolo e dalla copertina di questo suo ultimo album, infatti, Drake rivela l’intenzione di raccontare il luogo dove è nato e dove ha percorso il tortuoso cammino verso il successo con riferimenti molto circostanziati e riconoscibili: inizialmente intitolato Views from the 6, dove the 6 rappresenta appunto Toronto, l’album vede in copertina uno sconsolato Drake seduto con le gambe a penzoloni sulla cima della iconica CN Tower, a dominare con la sua attitude sicura e al tempo stesso contrita l’intera scena musicale della sua città. Una dichiarazione d’intenti che, tuttavia, lascia non poco amaro in bocca. In questa estenuante raccolta di canzoni (80 minuti per 20 brani) Drake ripropone con un certo manierismo la formula che lo ha fatto conoscere e amare fin dalla fine dello scorso decennio: una capacità unica nel percorrere il filo sottile tra crooner e rapper, tra hip hop e soul, la produzione volutamente fredda, atmosferica, i beat metallici riscaldati all’improvviso da sample presi dall’R&B degli anni Novanta, la scelta di liriche intimistiche prevalentemente incentrate sul suo fallimentare rapporto con le donne ma anche sulle (ridicole) difficoltà che avere molto denaro e essere il migliore sulla scena comportano.
Se questo approccio alla materia hip hop poteva sembrare una novità assoluta e spiazzante all’esordio, dando infatti origine a un vero e proprio genere e a una nidiata di cloni quasi mai all’altezza del maestro, ora la pur perfetta riproposizione di quello che è ormai il topos Drake risulta quantomeno deludente. Non c’è posto per una evoluzione dello sguardo, per un ampliamento della prospettiva, Drake sembra compiacersi di rimuginare all’infinito sugli stessi temi dei suoi esordi e anzi, con un masochismo evidente, sembra voler ritornare ai tempi e alle circostanze del passato non per imparare qualcosa, ma per il semplice gusto di farlo. Sarebbe stato bello lasciare più spazio alle riuscite contaminazioni caraibiche di brani come One Dance, Too Good e Controlla, non a caso fra i pezzi migliori dell’album e omaggio a una parte rilevante della comunità multietnica di Toronto: ma sono episodi isolati. Guardarsi dentro è un bene, e oggi sorprende positivamente la progressiva rivalutazione dell’introversione come peculiarità caratteriale: ma è compito e dovere di ognuno evolvere, confrontarsi, fare un passo fuori dalla zona di comfort, soprattutto se si è uno degli artisti più popolari e rilevanti della propria generazione. A tal proposito, speriamo che per il nostro Drake siano di lezione e ispirazione gli ultimi, splendidi album di Frank Ocean, Bon Iver e James Blake.
La mia preferita è: Hotline Bling
Ma io ti consiglio anche: Too Good (feat. Rihanna), One Dance (feat. Wizkid & Kyla), Feel No Ways