#232. Bon Iver: 22, A Million

boniver-22amillionEra il 2007 quando Justin Vernon, cantautore folk originario del Wisconsin, incantò il mondo con il suo album d’esordio For Emma, Forever Ago. Nato da un’esigenza profonda di introspezione e rifugio, inciso in dolorosa solitudine in una piccola baita di montagna dopo la rottura traumatica sia con la sua band di allora che con la sua fidanzata (e per riprendersi fisicamente dopo una pesante mononucleosi), l’album fa del minimalismo musicale la sua cifra, e dell’intensità emotiva la chiave del suo racconto. Inconsapevolmente Bon Iver, il nome dietro il quale si nasconde il suo progetto musicale, diventa sinonimo di attitudine hipster, barbe folte, ritorno a un’essenzialità organica e rivalutazione dell’introspezione in musica. Ma, appunto, è solo questione di coincidenze: Justin non sta seguendo le mode, semplicemente si trova in allineamento con la tendenza di allora. Il suo percorso prosegue, nel 2010 inizia a collaborare soprattutto con Kanye West, solo apparentemente lontanissimo dal suo mondo, ma anche con molti altri artisti, fino alla consacrazione col magnifico Bon Iver, Bon Iver che vincerà il Grammy per il migliore album alternativo. Da allora Justin è come fuggito dal suo stesso successo, con una modalità simile a quella che lo aveva portato all’isolamento creativo del suo primo album: ansia, attacchi di panico, la depressione, le collaborazioni frequenti e preziose con artisti a lui affini ma nessuna novità a suo nome, quasi a rimandare il temuto confronto col pubblico impaziente.

346fe010826ca28043fa523e53fa6f37Fino al 30 settembre di quest’anno, quando Vernon spariglia completamente le carte rilasciando il suo terzo album, il criptico e affascinante 22, A Million. L’opera, poco meno di 30 minuti, sposta più in là i limiti della già ispirata scrittura di Justin, impressionistica, evocativa, densamente emotiva: ma qui l’ossatura organica, qua e là ancora ravvisabile in sprazzi di chitarra acustica e pianoforte, cede il passo a una costruzione stratificata e sintetica, in cui la voce di Vernon, pesantemente filtrata dal vocoder ma sempre riconoscibile, svetta su tessiture elettroniche, campionamenti accelerati (seguendo la lezione di Kanye West), utilizzo di loop e ritmiche poderose, scomposizione e ricomposizione degli elementi tradizionali della forma canzone. Una autentica uscita dalla zona di comfort, una sfida alle proprie paure personali e musicali, per meglio dire un confronto aperto con i propri demoni interiori che si traduce in una chiarezza di visione, a livello musicale, coerente e coraggiosa. Nonostante la complessità dei suoi elementi costitutivi l’ascolto, pur impegnativo, è appagante e regala sprazzi di autentica bellezza, raggi di luce in un mondo volutamente nel caos che non somiglia a nulla che possiate aver ascoltato finora. Il risultato è spettrale: magnificamente opportuni gli inserti gospel, suggestivi i riferimenti numerologici e le simbologie, ma la sensazione più forte al termine dell’ascolto è quella che, almeno musicalmente, Vernon sia riuscito ancora, seppur in modo sorprendente, a scomparire, dissolversi, non si sa se per rinascere in altra forma o se per cercare rifugio per l’ennesima volta.

La mia preferita è: 33 “GOD”

Ma io ti consiglio anche: 22 (OVER S∞∞N), 29 #Strafford APTS, 8 (circle)

Lascia un commento