Uno dei pochi cantautori italiani capace di parlare a un pubblico ampio e variegato senza mai perdere in credibilità, Daniele Silvestri è ormai giunto alla soglia dei cinquant’anni. Ci si aspetterebbe dunque una progressiva involuzione, un ripetersi di schemi già rodati e perfettamente funzionanti, una fuga nelle certezze piuttosto che un’attitudine da esploratore. Poi un giorno di quest’anno, in radio, la folgorazione: Quali Alibi, primo singolo, è genio puro e la lingua italiana nel giro di tre minuti si fa un sacco di capriole, salti, voli, tuffi carpiati, le figure retoriche si sprecano e tutto questo riuscendo a raccontare una storia amaramente attuale sull’etica di chi fa politica.
Acrobati, l’album che la contiene, arriva dopo l’esperienza entusiasmante de Il Padrone della Festa, l’album e relativo tour con Niccolò Fabi e Max Gazzè: per Silvestri, come lui stesso ha dichiarato, dopo quell’avventura è arrivata tra capo e collo un’urgenza creativa inaspettata e abbondante, proprio quando ormai pensava di lavorare “più col mestiere che d’ispirazione”. Diciotto canzoni per 74 minuti di musica poliedrica e entusiasmante sono il regalo che Silvestri fa al pubblico ma probabilmente anche a se stesso: ci sono momenti molto emozionanti e molto spassosi in egual misura, ci sono molti ospiti (Diodato, Caparezza, Roy Paci tra gli altri), c’è – come già detto – il solito funambolismo verbale, in definitiva ci sono moltissimi stimoli che Silvestri, da bravo acrobata, sa tenere in piedi con sicurezza, ed è proprio questo equilibrio che crea il miracolo. Ci troviamo dunque di fronte alla zampata felina di un orgoglio della nostra musica, che ci regala un album suonato davvero magnificamente, in bilico tra la bellezza della semplicità e l’efficace ruvidezza dei suoni moderni.
La mia preferita: Quali Alibi
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