Era il 2003 quando Mathangi Arulpragasam, allora trentaduenne londinese di origine Tamil, pubblicò il suo primo singolo Galang, acclamato dalla critica e destinato a sovvertire molte regole nel mondo della pop music. Da allora fino a oggi M.I.A ha continuato nel suo percorso senza mai guardarsi indietro, lavorando personalmente su diversi fronti della creazione artistica (artwork, video, moda) e, musicalmente, creando un amalgama sonoro e tematico in cui la lezione dell’hip hop e della musica tradizionale del suo territorio di origine si armonizzavano per farsi portatori di un messaggio politico coerente e sovversivo. Mathangi, arrivata a Londra da rifugiata dopo aver vissuto la guerra civile in Sri Lanka, ha poi studiato alla prestigiosa Central Saint Martins College of Art and Design, da dove è poi iniziato il suo percorso di autentico agente provocatore della cultura di massa. La sua biografia è necessaria per capire la sua unicità: M.I.A è uno dei pochi artisti al mondo capace di prendere la propria multiforme identità e le proprie svariate esperienze e ispirazioni e creare qualcosa di completamente nuovo, dove l’elemento conservatore e nostalgico non ha alcuna ragione d’essere e dove l’idiosincrasia diviene paradossalmente elemento unificatore. Il suo quinto album, AIM, secondo le dichiarazioni di Mathangi non avrà successori: M.I.A continuerà a fare musica, ma seguendo modalità diverse e – si presume – servendosi di canali di distribuzione alternativi. Nato dunque con l’intento di essere un’opera conclusiva, da AIM ci si aspetterebbe una compiutezza e una cura dei dettagli speciale: purtroppo accade l’esatto contrario. L’album dà infatti l’impressione di essere una copia sbiadita e svogliata di quel caleidoscopico mondo di meraviglie che è stata finora la musica di M.I.A: tutto è già sentito, non c’è una visione d’insieme, i ritmi e le melodie sono poco incisivi, la produzione altrettanto, addirittura ci sono diversi episodi che sfiorano il cacofonico. Ulteriore aggravante è la mancanza di incisività del messaggio, da sempre cifra distintiva del suo modo di fare musica.
Curiosamente, proprio in un periodo storico in cui la sua esperienza di rifugiata e migrante e le istanze che da sempre informano la sua musica sono più che mai attuali, M.I.A si perde: invece di scendere nel dettaglio lancia slogan piuttosto generalizzati che quindi non colpiscono particolarmente nel segno, fatta eccezione per la bellissima Borders che affronta il tema dei rifugiati e delle frontiere con inventiva e immediatezza. Quasi come se l’urgenza di prendere posizione su così tanti temi che le stanno a cuore e che lei trasforma in parole chiave o metafore – le frontiere, i visti, la libertà, i pirati, gli uccelli – si risolvesse in un’annacquatura della formula, col semplice intento di far arrivare il messaggio a quante più persone possibili. Un approccio encomiabile, ma che musicalmente non funziona: se un tempo le sue canzoni erano autentiche bombe che detonavano scuotendo molte coscienze, oggi né i suoni né i testi appaiono a fuoco, risultano non ispirati e (incredibilmente per lei) derivativi, e se questo è davvero il canto del cigno di M.I.A rimane un amaro in bocca difficile da scacciare via. Probabilmente M.I.A, in anticipo sui tempi fin dall’esordio grazie anche alla complicità del produttore e partner di allora Diplo, è semplicemente stanca: ora il futuro è diventato presente, le loro avveniristiche idee musicali sono più che mai mainstream e per una come lei non c’è forse sconfitta più grande.
La mia preferita è: Borders
Ma io ti consiglio anche: Go Off, Visa, Ali r u ok?