Chi è stato giovane negli anni Novanta lo sa: nel tumultuoso ribollire che è stata la scena musicale inglese attorno alla metà del decennio, i Suede erano considerati i più attendibili eredi del glam rock di David Bowie. Sempre in bilico tra una strafottenza chitarristica che ammiccava al pop e un vistoso compiacimento nel toccare il topos di una certa gioventù decadente e tossica, i Suede seppero incantare soprattutto con i primi due album, Suede e Dog Man Star. Poi, dopo alcuni album sempre meno rilevanti, nel 2002 smisero di produrre musica, per poi tornare dopo ben undici anni con il sorprendentemente ispirato Bloodsports. Ed è proprio da qui che si riparte con quest’ultimo, bellissimo Night Thoughts, tutt’altro che il colpo di coda di un mostro ormai morente.
I codici-Suede ci sono tutti: la voce al contempo epica e distante di Brett Anderson, la teatralità dei ritornelli, i magnifici riff di chitarra, le atmosfere sospese, le incursioni improvvise nel pop e nell’up tempo. Ma qui il ritorno non è semplice minestra riscaldata: i Suede hanno davvero molte cose da dire. E confezionano un album compatto nelle atmosfere cupe e malinconiche, che si avvitano su se stesse fino allo struggente climax finale, e soprattutto nelle liriche, sempre evocative piuttosto che narrative e tutte incentrate su temi che gli ormai invecchiati Suede conoscono bene: l’amore, la morte, le sconfitte, i rimpianti, il tempo che passa e le occasioni che non torneranno più. Proprio quei Night Thoughts che chi ha superato i quaranta conosce bene.
La mia preferita: The Fur and the Feathers
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