#219. alcuni album significativi (prima della year-end list)

In Italia

arisa-guardando-il-cielo-albumArisa, Guardando il cielo. Arisa è un personaggio singolare, si potrebbe dire unico nel panorama della musica italiana ma, che piaccia o meno, merita rispetto e ammirazione. Rispetto per il suo innegabile talento, per il modo elegante in cui si è servita di un magnifico dono naturale, per la pressoché costante ricerca di qualità delle sue canzoni. Ammirazione per la tenacia con cui, gradino dopo gradino, è riuscita a salire alla ribalta facendo musica che ne rispecchiasse gusto e sensibilità. Dopo l’ottimo esperimento indie di Se vedo te, album del 2014, Arisa torna con un’opera che fa della semplicità melodica il suo punto di forza: una robusta, marmorea classicità, con un paio di riuscite incursioni in territori meno tradizionali. Trait d’union in una raccolta dunque spesso eterogenea è appunto la sua voce, cristallina, pura e tecnicamente perfetta eppure a suo modo autorevole, che con naturalezza si muove tra la canzone tradizionale italiana e il pop elettronico, tra suggestioni anni Quaranta e deliziosi suoni parigini. Pochi passi falsi per un album godibilissimo di pop italiano come dev’essere fatto.

La mia preferita: Voce

Ma ti consiglio anche: L’Amore della Mia Vita, Io e Te Come Fosse Ieri, Per Vivere Ancora

cover-di20are-francesca-michielinFrancesca Michielin, di20are. Oggi intendiamo con musica italiana commerciale quella che va in airplay radiofonico, i cui video fanno milioni di visualizzazioni su YouTube, che sui social è una potenza e che, nove volte su dieci, viene dai talent. Intendiamoci: al netto di snobismi verso programmi televisivi come X Factor e The Voice, che rimangono comunque un’opportunità rara e preziosa per spiccare il volo, è però inutile negare che dietro il successo di talenti pur pregevoli ci sia sempre la pesante mano dell’industria discografica mainstream. Poi ci sono delle felici eccezioni, o almeno così sembra, perché c’è chi riesce a trovare la propria via e i propri tempi pur servendosi dei grandi mezzi delle major discografiche. E dunque eccola, Francesca Michielin: poco più che ventenne, trionfatrice di un X Factor di parecchi anni fa e poi saggiamente sparita, a centellinare le apparizioni con una scaltrezza da veterana. Fino allo scorso anno, quando in punta di piedi ha sfornato un filotto di singoli da manuale del pop italiano: L’Amore EsisteBattito di Ciglia e la sanremese Nessun Grado di Separazione, prodotte e arrangiate con sapienza, stanno lì, in un posto confortevole tra la melodia e le suggestioni elettroniche, e se poi aggiungiamo anche che Francesca è un personaggio interessante e che è anche (soprattutto?) una musicista e compositrice direi che il potenziale di crescita è assolutamente degno di attenzione.

La mia preferita: Battito di Ciglia

Ma ti consiglio anche: L’Amore Esiste, Nessun Grado di Separazione, Tutto Questo Vento

completamente-sold-out_cover_b-e1474992718414Thegiornalisti, Completamente Sold Out. A distanza di due anni dal debutto con Fuoricampo, i Thegiornalisti ritornano e sembrano avere tutte le carte in regola per diventare un nome che conta nel panorama pop italiano. Con ammirevole naturalezza, infatti, la band romana riesce ad armonizzare due filoni che, sulla carta, parrebbero inconciliabili: il synth pop degli anni Ottanta e le suggestioni liriche di cantautori come Vasco, Venditti, Carboni, Grignani, gli 883, solitamente snobbati dalla critica. Il risultato sono 40 minuti di musica diretta e godibile, mai noiosa bensì ispirata e perfettamente a fuoco: il racconto di una generazione di perdenti che, proprio perché non ha nulla da perdere si butta, rischia, si sporca, si fa male, sogna, spera, desidera. Un’adorabile e romantica sfacciataggine che prende la forma di canzoni perfette nella loro semplicità strofa-ritornello e le cui liriche ben si prestano a diventare piccoli aforismi pop. L’amore, la notte, le dipendenze, la strada, il disagio: i temi eterni di un’eterna adolescenza che però, musicalmente, funziona a meraviglia.

La mia preferita: Sold Out

Ma ti consiglio anche: Sbagliare a Vivere, Gli Alberi, Il Tuo Maglione Mio

annalisa-se-avessi-un-cuoreAnnalisa, Se Avessi un Cuore. Uscita dal talent Amici nel 2010, lo stesso anno del trionfo di Emma Marrone, Annalisa non potrebbe essere più diversa: timida, discreta, quasi austera, con una vocalità trasparente e ciononostante molto potente ed espressiva. Nel corso degli anni si è poi posizionata in uno spazio tra il pop e la canzone d’autore, dando però spesso l’amara impressione di essere un’occasione mancata, una voce senza autori alla sua altezza, che si risolveva dunque in continui cambi di stile ad assecondare la tendenza del momento. Questo accade anche nell’ultimo album, ma stavolta il cambiamento sorprende: Se Avessi Un Cuore è infatti un album di pop elettronico. Annalisa è bravissima, la sua vocalità è ormai matura e capace di dominare qualsiasi tipo di brano, portandola a essere una delle migliori attualmente in attività in Italia: eppure, nonostante la conferma e la consacrazione delle sue capacità di interprete, rimane l’amaro in bocca per come le canzoni, pur di piacevolissimo ascolto, non le conferiscano personalità ma siano solo tentativi, perfettamente confezionati, di stare al passo con quel tipo di pop femminile che guarda a personaggi come Lorde. Non è certo l’unica a farlo, in Italia: ma la sua splendida voce meriterebbe qualcosa di più.

La mia preferita: Le Coincidenze

Ma ti consiglio anche: Leggerissima, A Cuore Spento, Se Avessi un Cuore

All’estero

c1645585DJ Shadow, The Mountain Will Fall. Sono passati esattamente vent’anni da un disco epocale degli anni Novanta, quell’Endtroducing che irrompeva nella scena musicale facendo conoscere il talento purissimo del DJ californiano Josh Davis, in arte DJ Shadow. Si trattava di un album quasi interamente strumentale e completamente costruito partendo da campionamenti tratti da una buona fetta della storia della musica moderna: un’opera derivativa e al contempo geniale, di immensa influenza successiva. Questa operazione di taglia e cuci, che trasformava il materiale di partenza in qualcosa di completamente nuovo, suonava come una schizofrenica colonna sonora postmoderna ma anche come un album che ridefiniva completamente le coordinate dell’hip hop, mai più lo stesso da allora. DJ Shadow, dopo questo exploit, ha continuato il suo percorso solitario, sempre un passo a lato dello spirito del tempo, pubblicando pochissimi album e cercando apparentemente di scappare da quelle altissime aspettative che il suo debutto aveva generato. Quest’ultimo album, invece, sorprendentemente sembra fare i conti con il tanto temuto zeitgeist: per la prima volta Davis accosta all’approccio analogico quello digitale, e al sampling la creazione originale di contenuti. E’ evidente la volontà di fare un passo fuori dalla zona di comfort, confrontarsi con i suoi stessi epigoni e, nel mentre, divertirsi. Un album non all’altezza dell’incredibile Endtroducing, sicuramente, ma un ammirevole tentativo di evolvere, giocare e lasciare aperte tutte quelle incredibili potenzialità musicali che il suo acclamato esordio aveva lasciato intravedere.

La mia preferita: The Sideshow (feat. Ernie Fresh)

Ma ti consiglio anche: Nobody Speak (feat. Run The Jewels), Bergschrund (feat. Nils Frahm), Ashes to Oceans (feat. Matthew Halsall)

797033e4Garbage, Strange Little Birds. La seconda metà degli anni Novanta, musicalmente e non solo, è stata caratterizzata dalla cosiddetta pre-millennium tension: una sensazione di difficile definizione sospesa tra paura ed esaltazione, che diventava sempre più insistente all’avvicinarsi dell’anno 2000. La consapevolezza che una data epocale si stava avvicinando creava, da un lato, uno sciocco e incosciente entusiasmo e, dall’altro, un senso dell’abisso in cui, non potendo fuggire, ci si immergeva con compiacimento. I Garbage di Shirley Manson (eroina delle adolescenze di molte ragazzine strambe dell’epoca assieme a Gwen Stefani, Bjork e Courtney Love) in questa tensione hanno sempre trovato l’habitat ideale, costruendo una narrativa della miseria e della malinconia che però, grazie al carisma di Manson, risultava estremamente affascinante e cool. Il loro stile musicale prendeva a prestito suggestioni dal trip hop, dalla musica industriale e dallo stile chitarristico shoegaze, e dal loro esordio omonimo di esattamente vent’anni fa nulla di sostanziale è cambiato. Di fatto non si sono mai sciolti, i Garbage, diradando semplicemente le loro uscite, e la coerenza del loro stile si è trasformata oggi nel rassicurante richiamo a un decennio che da qualche anno è tornato prepotentemente di moda. Ma i Garbage, esattamente come i Suede di Night Thoughts, hanno ancora qualcosa da dire, e soprattutto è interessante il modo con cui lo fanno: c’è più lucidità, più consapevolezza, quasi un’attitudine zen. Come se l’esperienza fosse riuscita a scendere a compromessi con la onnipresente malinconia, conferendole stavolta nuove, interessanti sfumature emotive: una sincerità di fondo e una capacità di rimanere fedeli a se stessi continuando a produrre ottima musica che non è cosa scontata, oggi, soprattutto considerando la normalizzazione e progressiva banalizzazione di alcuni compagni di viaggio di questi ultimi vent’anni.

La mia preferita: Teaching Little Fingers to Play

Ma ti consiglio anche: Even Though Our Love Is Doomed, If I Lost You, Amends

212140Flume, Skin. Il giovanissimo australiano Harley Edward Streten, meglio conosciuto come Flume, tra tutti i nomi della sterminata scena della electronic dance music è certamente uno dei più eclettici. Fin dal suo esordio di quattro anni fa, infatti, è riuscito a collocarsi in un territorio in cui stili diversi come il pop, l’R&B e l’hip hop andavano a confluire in un’EDM adatta sia alle radio che ai grandi festival di musica elettronica. Con questo secondo album Flume affina la sua proposta rilasciando una raccolta di canzoni in cui i numerosi featuring, molti dei quali femminili, si alternano a pezzi strumentali non sempre all’altezza. La formula è già sentita, e sicuramente il ventiquattrenne australiano ha ben in mente classifiche e mega-raduni festivalieri quando mette insieme questi sedici brani: però c’è una leggerezza melodica ammirevole e una sapiente valorizzazione degli ospiti. E soprattutto, a suggello della raccolta, brilla la partecipazione di Beck che, in Tiny Cities, riesce in un’impresa riuscita a pochi: dare umanità a un genere tendenzialmente aggressivo e saturato di testosterone. Insomma un buon ascolto per capire in che direzione si sta muovendo il genere musicale di maggior successo dei nostri giorni.

La mia preferita: Tiny Cities (feat. Beck)

Ma ti consiglio anche: Take a Chance (feat. Little Dragon), Wall Fuck, Lose It (feat. Vic Mensa)

homepage_large-1869283bKaty B, Honey. E’ dall’inizio degli anni Dieci che la club culture inglese è tornata alla ribalta grazie a una sapiente capacità di sintetizzare le influenze house, dubstep e R&B: nomi come Disclosure, Sam Smith, Jessie Ware, AlunaGeorge sono quelli più legati allo sdoganamento pop di un genere che, pur arrivato a fama mondiale, non ha mai perso in eleganza e autenticità. A questi nomi, fin dall’inizio, si va ad aggiungere la ventiseienne Kathleen Anne Brien, conosciuta dal pubblico come Katy B. A onor del vero, Katy è la prima a portare al successo il genere, grazie al suo sorprendente debutto On a Mission; tuttavia, nonostante il pregevole successore Little Red si spostasse in territori più vicini al dance-pop da classifica, il suo successo non era mai riuscito a varcare i confini nazionali. E’ dunque con un’attitudine più personale e matura che l’artista britannica si ripresenta con una nuova opera dalle grandi ambizioni, Honey. Fallita la carta più pop, incapace di imprimere la svolta decisiva alla sua carriera, Katy si ricolloca in quel territorio underground che più le appartiene: ma questa volta decide di farlo in grande stile affidandosi, in ogni brano, a produttori e collaboratori diversi (con la supervisione dello stimatissimo Kaytranada), tra i più quotati al mondo. Il risultato è ovviamente eterogeneo ma il talento e l’esperienza di Katy, nonché la sua voce, sanno creare un unico filo conduttore soprattutto a livello lirico: è la pista da ballo e tutte le implicazioni relazionali che si svolgono al suo interno il nucleo narrativo del racconto di Katy, l’unico elemento davvero distintivo di tutta la sua produzione artistica. Purtroppo però, nonostante una piacevolezza d’ascolto e una ballabilità ininterrotte dall’inizio alla fine, la sensazione è che sia tutto al posto giusto, ma che manchi sempre qualcosa: e forse sono proprio la discrezione, la riservatezza, la mancanza di una certa – discutibile – star quality che difettano alla giovane house diva di Manchester. Per ora l’appuntamento con la meritata consacrazione mondiale è rimandato, sperando che il prossimo album sia finalmente quello decisivo.

La mia preferita: Honey (feat. Kaytranada)

Ma ti consiglio anche: Calm Down (feat. Four Tet & Floating Points), So Far Away (feat. Wilkinson & Stamina MC), I Wanna Be (feat. Chris Lorenzo)

4984cf76Macklemore/Ryan Lewis: This Unruly Mess I’ve Made. Per capire quest’album, successore del fortunatissimo The Heist datato 2012, bisogna partire dalla cerimonia dei Grammys del 2014. Macklemore, rapper bianco di Seattle orgogliosamente indipendente, è in lizza per il premio di miglior album rap, e viene inaspettatamente premiato a discapito di quello che per tutti i critici musicali e i puristi dell’hip hop era stato un album epocale: good kid m.A.A.d. city di Kendrick Lamar. Macklemore accetta il premio ma si profonde in scuse non richieste e passa i successivi tre anni a rielaborare tutte le critiche piovutegli addosso per quella fama non meritata e per la sua inautenticità di rapper bianco. Il risultato è per l’appunto quest’album, un’opera a suo modo schizofrenica e confusa ma sicuramente da premiare per coraggio, inventiva e onestà. Macklemore oscilla tra due poli, da perfetto educatore/intrattenitore: ci sono le serissime canzoni a tema sociale e le boutade cialtrone. Del primo gruppo fanno parte Kevin, che partendo dall’esperienza dello stesso Macklemore e dalla morte di un suo caro amico, prende di petto il tema della dipendenza da farmaci che affligge le classi sociali americane più povere, e soprattutto White Privilege II, nove minuti a chiusura dell’album che sono un vero e proprio flusso di coscienza attorno al tema della supremazia bianca e dell’appropriazione culturale, con precisi riferimenti al movimento Black Lives Matter. Nel secondo gruppo brilla il singolo apripista, quell’irresistibile Downtown che mette insieme rap della vecchia scuola, ammiccamenti camp e atmosfere da musical per un risultato inaspettatamente spassoso e riuscito. Fondamentalmente l’album è questo: serissimo e cialtrone al contempo, con un Macklemore assoluto protagonista che mette faccia e cuore (con la complicità del fidato produttore Ryan Lewis che lo supporta spesso salvando la situazione) in un progetto criticabile finché si vuole e certamente perfettibile, ma da encomiare per il coraggio e l’onestà delle proprie idee, soprattutto considerato che il suo target di riferimento è quello dei giovani bianchi americani, certamente non consapevoli e informati come dovrebbero su ciò che accade nel loro Paese.

La mia preferita: Downtown (feat. Melle Mel, Grandmaster Caz, Kool Moe & Eric Nally)

Ma ti consiglio anche: Kevin (feat. Leon Bridges), Dance Off (feat. Idris Elba & Anderson .Paak), The Train (feat. Carla Morrison)

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