#218. il 2016 in musica

Il 2016 verrà certamente ricordato come un anno importantissimo per la cosiddetta musica moderna: stiamo assistendo a cambiamenti nella forma e nella sostanza del fare musica, nel proporla, nel commercializzarla, nel fruirla, e mai come quest’anno siamo stati testimoni di dolorosi, quanto inevitabili, passaggi di testimone.

E’ stato l’anno delle morti eccellenti: David Bowie, Prince e Leonard Cohen su tutti, artisti definitivi, idolatrati già in vita, ciascuno fondamentale e pionieristico nel proprio percorso musicale. Ma tornano alla mente anche Glenn Frey, voce degli Eagles, Maurice White, fondatore degli Earth Wind & Fire, Keith Emerson dei mitici Emerson Lake & Palmer, e moltissimi altri di cui è doveroso un ricordo (trovate l’elenco completo qui: https://en.wikipedia.org/wiki/2016_in_music).

Tuttavia, per un incredibile quanto provvidenziale gioco del destino, proprio negli stessi mesi si succedevano le pubblicazioni, spesso inaspettate dopo anni di attese e smentite, di album importanti da parte di artisti di grande influenza non solo commerciale: Rihanna, Kanye West, Beyoncé, Drake, James Blake, Anohni, i Radiohead hanno visto uscire i loro album all’interno di una nuvola temporale sospesa tra le morti di Bowie e Prince. E ciascuno di questi album possiede un grande peso specifico, ora per i testi, ora per la musica, ora per l’impegno politico, ora semplicemente perché sono state opere capaci di vedere realizzata con grande potenza la visione artistica di chi li ha composti. Artisti, ciascuno a suo modo, in grado di catalizzare per un momento, in un’epoca malata di deficit di attenzione, le orecchie degli ascoltatori di tutto il mondo, spesso seguendo il nuovo, interessante rituale del listening party, dell’ascolto condiviso per la prima volta, contemporaneamente, a livello globale.

Il formato album sta ritrovando i fasti dei decenni passati, e anzi sembrerebbe che sia in atto una vera e propria differenziazione: da un lato gli artisti da classifica e soprattutto da singoli, quasi esclusivamente solisti, che propongono un pop disimpegnato fortemente influenzato dalla musica elettronica e dalle suggestioni da dancehall (Justin Bieber, Major Lazer, Sia su tutti); dall’altro gli artisti da album, cui guardano fondamentalmente gli appassionati e gli esperti di musica quali metronomi dello spirito del tempo, capaci di trasferire una rielaborazione personale di quanto accade a livello globale e di influenzare il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e fruita (Radiohead, Beyoncé, Kanye West). Nel primo gruppo trionfa la logica dello streaming, dello shuffle compulsivo e della diffusione virale, nel secondo si cerca in qualche modo di non asservirsi all’approccio mordi-e-fuggi della fruizione social ma piuttosto di dominarlo, imponendo, dall’alto della propria popolarità e dunque del proprio potere discografico, le proprie modalità e quindi chiedendo impegno e attenzione all’ascoltatore, nonché un nuovo tipo di condivisione (e di evento) che non sia quella delle reti sociali ma, appunto, quella dell’ascolto collettivo in contemporanea.

Difficile dire quale delle due tendenze abbia dominato maggiormente: probabilmente si tratta di istanze diverse per tipi di pubblico diversi. E’ importante il disimpegno tanto quanto lo sguardo introspettivo e consapevole, e forse mai come in questo 2016 la musica ha saputo dare risposte a tutti, raggiungendo altissimi livelli qualitativi in entrambi i casi.

L’anno è stato anche influenzato dalla presa di coscienza di molti artisti, Beyoncé prima fra tutti, riguardo alle implicazioni del movimento per i diritti della comunità afroamericana Black Lives Matter, ma abbiamo anche visto gran parte degli artisti schierarsi ed esprimersi durante la durissima e ahinoi infausta campagna elettorale statunitense. Anohni, da parte sua, ha invece rivolto l’attenzione alle questioni del cambiamento climatico, della sorveglianza di massa e della guerra dei droni, rivitalizzando e modernizzando il genere della canzone di protesta mentre i Radiohead, pur nel quadro di un album fortemente introspettivo, non hanno rinunciato a puntare il dito contro l’ascesa dei populismi. E’ un’epoca che richiede consapevolezza, informazione e, per chi non ne ha i mezzi, è indispensabile il filtro dei personaggi più popolari, tra i pochi in grado di farsi ascoltare dai più giovani in un’epoca frammentaria e instabile come l’odierna.

Per il resto, in questo contesto sono successe alcune cose interessanti ma di minore importanza: sono tornati i Guns N’Roses al gran completo per la prima volta da ventitré anni, Taylor Swift ha vinto il Grammy per il migliore album con 1989, si è formato il supergruppo dei Prophets of Rage con membri assortiti di Rage Against the Machine, Public Enemy e Cypress Hill, sono tornati dopo anni di silenzio Red Hot Chili Peppers, Green Day, Metallica e persino i Blink 182, a ricordarci un mondo dove le band e le chitarre non erano una categoria residuale, mentre in Italia, al netto di Rovazzi con la sua Andiamo a comandare, sono usciti diversi album rilevanti, ricchi di cose da dire, che prendono la lezione del cantautorato ma anche le influenze elettroniche, rock e indie e creano una narrazione della nostra realtà onesta, ironica e priva di stereotipi.

(Poi hanno anche dato la Presidential Medal of Freedom a Bruce Springsteen e il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan ma, mentre il primo era contentissimo e si è pure vestito in giacca e cravatta, Dylan si è prodotto nella performance definitiva dell’anno con il suo vengo, no non vengo, ma sì vengo, no c’ho da fare che neanche Nanni Moretti in Ecce Bombo, e non so a voi, ma a me ha regalato tanti momenti di ilarità e una sensazione di risarcimento soprattutto dopo la morte di Prince.)

Insomma da domani cercherò di raccontarvela, tutta questa musica del 2016: non sempre vi parlerò di ciò che mi è piaciuto, ma quest’anno vi rivelerò anche quali sono state le cocenti delusioni ma soprattutto gli album che, in qualche modo, hanno suscitato in me una riflessione. Ogni giorno, tranne il primo in cui vi racconterò di quegli album che mi hanno tenuto compagnia ma che hanno un peso specifico per me minore (le onorable mentions!), apriremo insieme una casellina del calendario dell’avvento, e in ciascuna troveremo un album tutto da scoprire. Ci sarà poi qualche sorpresina, ma non svelo altro per non rovinare l’attesa.

Io vi vorrei dire che c’è tutto, o almeno tutto quello che può desiderare chi ama la musica e chi, soprattutto nei primi mesi di quest’anno funesto, se n’è sentito un po’ orfano: music saves è il mio credo, e anche stavolta ha funzionato, ma mi arrischio a dire su scala più ampia. Ci siamo sentiti tutti un po’ più soli, ma il presente è arrivato per stringerci forte e impedirci di continuare a guardare indietro.

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